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22.07.2014 -

Referendum ambientali, la svolta sostenibile di Milano non ingrana

Centrato solo il 20% degli obiettivi. Secondo il comitato referendario MilanoSìMuove, in tre anni la città si è mossa poco.

marco puelli

Più che smart, Milano sembra slow. La trasformazione sostenibile della città procede troppo lentamente. Dopo i referendum ambientali del 2011 e la decisione di trasformare Ecopass in Area C, il Comune sembra aver tirato il freno a mano. Secondo il comitato promotore dei referendum MilanoSìMuove, il grado complessivo di realizzazione del progetto referendario non supera il 20% (vedi la pagella referendaria www.milanosimuove.it/wordpress/) e difficilmente si potrà fare molto di più nei due anni che restano all’amministrazione Pisapia, prima delle prossime elezioni comunali. Edoardo Croci, presidente di MilanoSìMuove ed ex Assessore a Mobilità, Trasporti e Ambiente nella giunta Moratti, parla di occasione sprecata: «Pisapia non ha sfruttato l’investitura referendaria per prendere decisioni forti. L’amministrazione si è trovata un’autostrada spianata, ma le è mancato un po’ di coraggio».

L’ex assessore non vuole sentire parlare di crisi della finanza pubblica: «Il Comune si è spesso giustificato con la mancanza di fondi per finanziare tutte le opere previste dal programma referendario, ma è un falso problema. Già nel manifesto referendario, avevamo indicato dove e come reperire le risorse necessarie. Innanzitutto, alcuni provvedimenti producono molti introiti che potrebbero essere spesi per altre opere: Area C, ad esempio, attualmente genera entrate per 30-35 milioni l’anno, più le sanzioni; se venisse allargato alla cerchia ferroviaria, come prevede il primo quesito, genererebbe entrate per 200 milioni l’anno, più le sanzioni, e potrebbe coprire tutte le spese per gli altri progetti del settore mobilità. Altre misure sono a costo zero, come quelle che riguardano l’efficienza energetica, che generano risparmio. Abbiamo anche suggerito di modificare le tariffazioni pubbliche, vincolando le tariffe alte agli sprechi energetici, di acqua e al consumo di suolo, e quelle basse al risparmio. Il Comune ha preferito aumentare tutte le tariffe pubbliche, senza alcuna logica ambientale, legandole al reddito, che, in una situazione di forte evasione fiscale, è un parametro molto difficile da controllare. In altri casi, la necessità di risorse è reale, come nel caso della riapertura dei navigli. Tuttavia, una commissione di esperti ha lavorato gratuitamente allo studio di fattibilità, il progetto dell’architetto Boatti è pronto, ma, ad oggi, quello per la riqualificazione della Darsena è l’unico progetto finanziato e cantierizzato».

La lacuna più grave della giunta, secondo Croci, è stata l’incapacità di generare piani e valutazioni credibili: «La prima cosa da fare dopo i referendum era creare una cabina di regia comunale, in cui elaborare un vero e proprio piano referendario che interagisse con tutti gli altri piani del comune, così da stabilire date, risorse, scadenze e responsabilità. Questo è completamente mancato. Si è divisa la responsabilità della gestione tra tanti assessorati e tante strutture, perdendo una visione globale».

La mancanza di un piano articolato per i referendum si riflette anche nella stesura del bilancio comunale. «Nei bilanci 2012 e 2013 – prosegue Croci – la parola referendum non compare nemmeno. L’anno scorso, MilanoSìMuove ha chiesto di inserire un allegato al bilancio sui referendum, che spiegasse quali risorse sarebbero state stanziate e come si pensava di realizzare il dettato referendario in base al bilancio, ma non lo abbiamo ottenuto. Nel bilancio 2014, ancora in discussione, è stato inserito un documento che riconduce alcune delle voci del bilancio preventivo ai referendum. Invece di fare un piano e di inserire determinate poste nel bilancio per realizzarlo, si sono prese alcune poste inserite nel bilancio per altri motivi, dicendo che possono essere ricondotte ai referendum. Così il documento è inutile: non dice come si intende tenere conto dei referendum nel bilancio e non si prevedono entrate e uscite».

Il regolamento comunale per l’attuazione dei diritti di iniziativa popolare prevede che “gli organi competenti indichino espressamente i motivi per i quali non si uniformano all’avviso degli elettori”. «Il nostro appello – conclude Croci – a motivare il mancato raggiungimento dei risultati è stato ignorato dalla giunta, ma non ci fermeremo. Ai sensi del regolamento sulla partecipazione, nei prossimi mesi raccoglieremo almeno 1000 firme autenticate per chiedere che si affronti il tema pubblicamente in consiglio comunale. Ricreare una forte pressione pubblica che chieda risultati immediati è l’unico modo per non buttare via questi cinque anni».

Twitter di mag | zine

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