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02.04.2013 - PERSONAGGI

La vertigine della fotografia, oltre il digitale

Roberto Masotti e Silvia Lelli, maestri dello scatto, raccontano la Scala dietro le quinte

Valentina brini (MAGZINE)

Una vertigine lunga uno scatto, il tempo che si ferma descrivendo un elegante volo tra platea e palcoscenico. Silvia Lelli e Roberto Masotti portano negli occhi la loro comune esperienza di vertigine di quarant’anni di fotografia. Entrambi ravennati, si sono trasferiti a Milano durante gli anni ’70, nell’epoca della controcultura: «Bologna ci stava stretta – racconta Silvia, con le mani appoggiate alla scrivania del loro studio nelle vicinanze di porta Genova – e Milano era una città stimolante: erano gli anni del Parco Lambro e delle lotte tra piazza Duomo e San Babila. Ci siamo stabiliti tra il ‘72 e il ’74, comprando uno studio fotografico: certe attività artistiche potevano vivere e sopravvivere senza particolari problemi». 

 

Un’escalation di esperienze visuali di ogni genere, dai concerti rock, al teatro di Parigi, ad artisti come John Cage, Keith Jarrett e Riccardo Muti, ma, soprattutto, la vita dietro le quinte del Teatro Alla Scala, di cui sono stati fotografi e testimoni invisibili dal 1979 al 1996, punto d’arrivo e di partenza per il loro volo fotografico: «Il contratto con la Scala – rivela Roberto, mentre i suoi occhi verdi indugiano nel cielo terso dell’inverno milanese – è stato unico e irripetibile. Il nostro rapporto con La Scala fu uno spartiacque per la fotografia di spettacolo, in un periodo in cui i teatri avevano solamente fotografi interni. Provenendo da ambiti più allargati, abbiamo introdotto nella fotografia di lirica elementi innovativi. Abbiamo dato vita al reportage dentro la fotografia di lirica e di spettacolo». 

 

«Il nostro modo di lavorare – prosegue Silvia – è quello di creare la storia di un teatro, così abbiamo fatto anche per La Scala. Non cerchiamo la foto del giorno dopo, vogliamo produrre immagini utili anche per magazine, libri divulgativi e mostre. Il privilegio di lavorare per La Scala negli anni delle regie di Strehler, Ronconi, Frigerio, Gae Aulenti, è unito all’orgoglio di aver costruito il primo vero archivio della Scala, che prima di noi contava solo su quello personale di Erio Piccagliani».

 

I loro due ultimi lavori, La vertigine del teatro (Nomos Edizioni) e La filarmonica della Scala (Skira Classica), presentano rispettivamente un percorso d’autore attraverso i più suggestivi teatri storici italiani (dal teatro Farnese di Parma, al San Carlo di Napoli, al Massimo di Palermo) e l’intera vita della Filarmonica della Scala: luoghi che custodiscono la memoria e le emozioni di un intero Paese. «Vivere nell’ambiente del teatro – continua Silvia – permette di essere avvolti in un’atmosfera magica: tutto è fatto di ascolto. Sentire diventa come vedere. Potersi muovere ovunque, dietro le quinte, tra i corridoi, guardare ogni cosa da punti di vista impraticabili dal pubblico e, dunque, nuovi, fa assaporare suoni e sensazioni da cui scaturiscono vere e proprie visioni. S’impara a scattare descrivendo momenti meno plateali ma chiave dello spettacolo. S’impara a conoscere i protagonisti, instaurando un rapporto di fiducia grazie a cui lo scatto diviene più naturale e meno invasivo anche quando irrompe nella scena». 

 

Nadar sosteneva che fosse l’interpretazione della fotografia a cambiarne il volto e animarla, teoria sposata anche da Masotti, che sottolinea l’importanza del rapporto con il luogo: «La vista da dietro le quinte – spiega –, è diversa: si lega a una concezione dello spazio raccolto dall’architettura e dalla struttura stessa. Esplorando il teatro, si colgono le impressioni che illumineranno l’immagine. La professionalità può agire anche in pochi attimi, è importante cogliere la relazione tra la foto e ciò che si sta riprendendo, mettendo in luce un aspetto particolare del personaggio o dello spettacolo». La ricchezza di vasi comunicanti tra le arti visuali e la curiosità d’approfondimento, intanto, continuano a spingere il loro volo: «Fare foto oggi è facilissimo – conclude Silvia –, le nuove tecnologie danno una grande possibilità di scelta. Ma la sensibilità di chi scatta resta uguale.   Vedere e conoscere l’arte a noi darà sempre la stessa vertigine».

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